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Scorzanera di Soncino

Lo Scorzanera di Soncino

LA CITTA' DI SONCINO

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La cittadina di Soncino è nota più per l'assonanza del suo nome con un
tipo d'insalata che per le sue attrattive storico-artistiche e naturali.
Ma l'abitato non ha nulla a che fare con il radicchio(come invece erroneamente
scrive una nota guida turistica), ma con un'amara e benefica radice, la scorzonera,
usata come ortaggio e celebrata in Soncino in autunno nella "Sagra delle radici".

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Non lontano e fuori dalle mura, sorge la chiesa Santa Maria delle Grazie costruita dai
 
carmelitani, alcuni anni dopo la rocca, in modi rinascimentali lombardi
.    

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Qui, i ruscelli percorrono il bosco e il giardino, dove un punto di ristoro,
per chi come me,non ha pensato a un picnic, offre piatti di carne alla griglia, di salumi,
formaggi locali, i delicatissimi pasticcini e la radice amara di Soncino,
altro vanto della campagna soncinese.

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 Sono più di quarant’anni che alla quarta domenica di ottobre la Pro Loco organizza questa
festa dedicata ad un prodotto dell’agricoltura locale, unico al mondo: la radice amara.

Si consuma come una verdura, è gustosa; fa bene come una medicina: è  un depurativo
eccezionale contenente inulina che produce benefici effetti sull’intestino e sul sangue.

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Ha la forma di una carota e viene raccolta in autunno-inverno per giungere sulle tavole dei
buongustai di tutta Italia e dell’Europa.

Le radici di Soncino appartengono alla famiglia delle Composite,
di cui fanno parte anche altri tipi di insalate.

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Le radici, oltre ad essere un buon contorno ricco di vitamine e stimolante su alcuni organi,
attraverso la funzione clorofilliana delle foglie, producono una miscela di glucosio, fruttosio
e saccarosio.
La radice amara contiene sostanze grezze quali: cellulosa lignina, emicellulosa
e pectina, la cui mancanza è responsabile di diverse malattie intestinali,
cosiddette da civilizzazione. In particolare, tali sostante, sono indicate per stitichezza,
rigonfiamento dell’intestino, meteorismo, diabete, ecc.

Scorzonera2

Si terrà il 25 ottobre la tradizionale ‘Sagra delle radici’ organizzata da 43 anni dalla Pro loco
per sostenere i produttori locali del tipico fittone fianco amarognolo.
Una promozione sia culinaria che salutistica: le radici si sposano a carni lesse, insaccati, grigliate,
ma sono anche un ortaggio ricco di vitamine ed ha effetti benefici su intestino, fegato e reni.
L’anticipazione è stata fatta in Pro loco dal presidente Mauro Bodini. La radice amara,
gustosissima verdura invernale, è un prodotto caratteristico del territorio che circonda
l’antico borgo di Soncino. Ha la forma di una carota ed è raccolta in autunno-inverno
per giungere sulle tavole dei buongustai di tutta Italia e dell’Europa.

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«La Pro loco — dice Bodini — opera per conservare l’ambiente straordinario della nostra cittadina,
per farla conoscere e per sempre meglio organizzare l’ospitalità ai numerosi turisti che ogni anno la
visitano (più di 40.000 persone hanno scelto Soncino per trascorrevi una giornata
interessante e distensiva nel 2008 ). Questa iniziativa mira a divulgare la conoscenza delle proprietà
delle radici di Soncino e far conoscere le sue proprietà organolettiche e gastronomiche.
Durante la festa, un folto gruppo d’uomini e belle ragazze, con il tradizionale costume
dei popolani del tempo passato, cuocerà in grossi pentoloni le radici preparate il giorno
precedente in acqua e limone. Quindi le accompagneranno a salamelle lessate o grigliate e buon
vino novello. Il tutto sotto i portici del palazzo comunale. La festa sarà completata dai banchetti della
gastronomia locale. Verrà anche servita la ‘cicorè’ una gustosa bevanda ricavata dalla cottura delle radici».

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Le radici di Soncino nel Medioevo erano già presenti sui banchetti dei nobili dell’Italia Settentrionale.
La conferma arriva da dipinti di noti autori che la ritraggono con altri ortaggi tipici e cacciagione.
Oggi ha varcato le Alpi e malgrado la crisi che lo ha portato da 100.000 a 20.000 quintali l’anno è
presente in autunno e inverno sui mercati di mezza Europa e, ovviamente, dell’Italia Settentrionale.
La zona di produzione della radice è molto limitata. Determinante è la scelta del terreno che deve
essere sempre rinnovato ed ubicato a poca distanza dalle risorgive.

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Una volta la semina avveniva manualmente e necessitava di operatori esperti. Tutta la fase della
coltivazione abbisognava di manodopera specializzata. Dopo la semina si procedeva al diradamento
delle piantine per togliere la parte in eccesso ed eliminare le infestanti. Un prodotto biologico
considerando che il letto di semina necessita di una abbondante letamazione. Nella fase di
crescita sono fondamentali le irrigazioni con acque sorgive in terreni soffici di medio impasto.
Anche la raccolta veniva effettuata a
  mano con specoali picconi a penna.

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Le radici raccolte in grosse ceste venivano avviate ad un primo lavaggio proprio nelle
vicine risorgive prima di prendere la via del magazzino di confezionamento.
Erano una dozzina i principali produttori di radici nel primo dopoguerra.Oggi sono rimasti in due,
uno a Soncino e uno nella frazione di Gallignano, ovviamente della famiglia Zuccotti.


Oggi la coltivazione delle radici, eccetto il diradamento a mano, viene fatta tutta a macchina,
con seminatrici di precisione, aratri particolari e sistemi di lavaggio automatizzati. La manodopera
è comunque importante, insostituibile. Al posto delle donne ci sono oggi gli extracomunitari che
lavorano sia in campo che durante il confezio
 namento. La Pro loco organizza annualmente alla
quarta domenica di ottobre con una cornice di folclore alle radici fumanti e salamelle lessate o
grigliate. Molto è stato fatto per rilanciare le radici amarognole del soncinasco, partecipando
alle più importanti manifestazioni del settore proposte dalle televisioni nazionali.
Ma manca un marchio di tutela del prodotto.

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Un dipinto di Giuseppe Arcimboldo che evidenzia la radice di Soncino

Lo sentiamo spesso nominare, anche se raramente il suo lavoro viene correttamente contestualizzato.
Lo troviamo, suo malgrado, eletto a testimonial pubblicitario per questo o quel marchio. Stiamo parlando di
Giuseppe Arcimboldo, nato a Milano nel 1527 da una famiglia aristocratica, artista geniale ed innovatore.
A 22 anni collaborò con il padre Biagio che lavorava presso la Veneranda Fabbrica del Duomo.
Tra i suoi primi lavori un affresco nel Duomo di Monza ed un arazzo per quello di Como.
A Milano entrò sicuramente in contatto con le caricature dal tratto ironico e grottesco di Leonardo.

Fu a Vienna, prima sotto Massimiliano II d’Asburgo, poi con Rodolfo II, che trovò la
sua consacrazione pittorica.

La storia l’ha reso famoso per le sue raffigurazioni di volti composti assemblando famiglie di
oggetti ‘omogenei’,
animali, fiori e piante, pesci, armi, libri. Ritratti allegorici, come la serie delle
quattro stagioni
(Primavera, Estate, Autunno e Inverno) e i quattro elementi della
cosmologia aristotelica (Aria, Fuoco, Terra, Acqua),

che risentono del portato dell’arte del nord Europa nella cura per il particolare.
Le sue poche opere sono dislocate un po’ qua e un po’ là per
l’Europa, tra Parigi, Vienna, Madrid, Stoccolma

(in Italia rimane qualcosa a Cremona, Firenze e Genova).
Pochi d’altronde sanno che presso la corte di Ferdinando I d’Austria la sua creatività raggiunse
alti livelli nella creazione di giochi per bambini, giostre e scenografie per feste,
matrimoni e cerimonie